Isidoro

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Il metodo della comunità: dallo sballo all’empatia:

L’intero lavoro di recupero ancora oggi praticato alla “Marco Riva” è impostato sul progetto terapeutico elaborato da don Isidoro, che l’ha condensato in un breve testo dal titolo: “Dallo sballo all’empatia. Diagnostica e terapia della tossicodipendenza”, pubblicato postumo. Il programma è frutto di un intenso studio che don Isidoro praticava di notte su testi di psicologia, filosofia e medicina, rubando il tempo al sonno.
Il metodo di recupero della “Marco Riva” si basa su due pilastri: la logoterapia e l’ergoterapia.
Con la prima si intende il lavoro sulla comunicazione, che per un tossicodipendente incentrato esclusivamente sull’edonistica ricerca dello “sballo” procurato dalle sostanze stupefacenti, si impoverisce e si riduce fino all’estremo. La logoterapia si sviluppa attraverso vari appuntamenti periodici: due riunioni di gruppo settimanali con il terapeuta e l’educatore sulla comunicazione e il controllo dell’emotività, colloqui individuali col terapeuta, incontri di verifica settimanale sull’andamento gestionale della comunità. Attraverso il dialogo, il confronto e l’allenamento alla parola, i ragazzi imparano a riflettere su se stessi e a formare un attendibile quadro della propria personalità, recuperando un primo contatto con la realtà.
Oltre agli incontri più spiccatamente terapeutici, don Isidoro avviò la tradizione, tutt’ora in uso, di dedicare qualche sera della settimana all’approfondimento degli argomenti più vari: musica, cinema, educazione civica, matematica, meccanica, sicurezza sul lavoro e molto altro.
Oltre che sul potere terapeutico della parola, don Isidoro costruì il suo metodo di riabilitazione sul valore del lavoro, ovvero sull’ergoterapia. Questo aspetto gli stava particolarmente a cuore e per diversi motivi: innanzitutto, il lavoro amplifica i benefici della logoterapia, perché quando si costruisce qualcosa assieme è necessario parlarsi e la comunicazione spezza l’isolamento, riducendo il rischio di depressione. Il lavoro insegna la fatica, che è ciò che il tossicodipendente vorrebbe evitare costruendosi un mondo di piaceri fittizi che, però, non può reggere il confronto con la realtà. Il lavoro responsabilizza, perché è necessario maneggiare con attenzione attrezzi potenzialmente pericolosi e perché del risultato delle proprie fatiche bisogna rispondere ai committenti. Il lavoro sviluppa le capacità di progettazione, perché comporta la ricerca di soluzioni sempre nuove e infonde fiducia in se stessi. La preparazione professionale acquisita durante i mesi di comunità, infine, è funzionale al futuro reinserimento dei residenti nella società, anche perché gli impieghi proposti alla “Marco Riva” nulla hanno a che fare con una generica manovalanza, ma sono, piuttosto, lavori qualificati di stampo artigianale che trasmettono ai ragazzi competenze professionalizzanti. In particolare, il laboratorio interno si occupa di carpenteria, torneria, montaggio di strutture, assemblaggio meccanico e di elementi plastici.
Oltre ai laboratori artigianali, i ragazzi si occupano di agricoltura. Nel grande terreno a disposizione della cascina si coltivano diverse qualità di verdura, insieme a fieno e grano, e si allevano vari animali da cortile.
Oltre ai laboratori e al lavoro in campagna, i residenti sono impegnati con i servizi ordinari necessari alla vita della comunità, come la cucina, le pulizie, la manutenzione dei mezzi.